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Pensiero
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Il mwbapensiero è l'attività della mwbqmente, un processo che si esplica nella formazione delle mwbgidee, dei mwbwconcetti, della mwcacoscienza, dell'mwcqimmaginazione, dei mwcgdesideri, della mwcwcritica, del mwdagiudizio, e di ogni mwdqraffigurazione del mwdgmondo; può essere sia mwdwconscio che mweainconscio.

Contents

Note

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Etimologia

mwgwPensiero è un termine che deriva dal mwhalatino mwhqpensum (participio del verbo mwhgpendere: "mwhwpesare"), e stava ad indicare un certo quantitativo di mwialana che veniva appunto "pesata" per poter essere infine passata alle filatrici le quali a loro volta avevano il compito di trattarla.cite-ref-1[1] Il "pensum" era quindi la materia prima, più grezza, designante metaforicamente un elemento o un tema che doveva essere secondariamente trattato, elaborato, dandogli così una nuova forma.

Si può notare in ciò la peculiarità attribuita al pensiero, come qualcosa di straordinariamente semplice, che rende possibile oggetti complessi: nel senso cioè che l'attività del pensiero si esplica nel comporre oggetti, ovvero mwjgpensare significa pensare oggetti composti. Da questo punto di vista, l'attività del pensiero è ciò che è a monte degli oggetti mwjwpensati, pur essendo della loro stessa sostanza.

Caratteristiche del pensiero

Pensare significa spesso far uso di alcune proprietà indicate di seguito:

1. Utilizzo di mwlamodelli, mwlqsimboli, mwlgdiagrammi e mwlwdisegni;
2. Utilizzo dell'mwmqastrazione per semplificare lo sforzo del pensiero;
3. Utilizzo della mwmwiterazione e della mwnaricorsione per il raggiungimento del concetto;
4. Riduzione dell'mwngattenzione finalizzata ad un aumento della mwnwconcentrazione focalizzata su un concetto;
5. Impostazione e revisione degli obiettivi fissati;
6. Utilizzo del mwogdialogo e del confronto con altre menti pensanti.

Il pensiero dal punto di vista filosofico

In alcune correnti della mwpqstoria della filosofia come in quella denominata mwpgidealismo a cui appartengono filosofi pur diversi tra loro come mwpwPlatone, mwqaBerkeley, mwqqFichte, mwqgSchelling ed mwqwHegel, il pensiero è stato solitamente contrapposto ai mwrasensi, e ha acquistato una funzione rilevante fino ad essere considerato sinonimo della realtà stessa.

Dal pensiero all'essere

Nella filosofia antica, a differenza di quella moderna, il pensiero era unito indissolubilmente alla dimensione ontologica.cite-ref-2[2] Per Parmenide l'essere di un oggetto è dato dalla nostra capacità di pensarlo: essendo infatti impossibile pensare il nulla, tutto ciò che pensiamo non può non essere.cite-ref-parmenide-3-0[3] Analogamente, nel platonismo, là dove c'è un pensiero c'è anche un'idea, cioè un'entità viva e reale:cite-ref-4[4] non solo non può esistere pensiero senza idee, ma il nostro stesso essere si identifica con quel che pensiamo.cite-ref-5[5] Così per Aristotele il pensiero, nel momento in cui prende coscienza di un oggetto, lo fa anche venire all'essere: ad esempio un libro è un oggetto sensibile in potenza, che si tramuta in un libro in atto solo quando viene pensato da un intelletto. Questo, cogliendone la forma intelligibile, la rende viva e presente: come la luce fa diventare attuali i colori che sono solo potenzialmente visibili,cite-ref-6[6] allo stesso modo ciò che esiste in potenza può passare all'atto per il tramite di un pensiero supremo, produttivo, che abbia già in sé tutte le forme.cite-ref-7[7]

Già mwxgAnassàgora, fra gli mwxwantichi greci, riteneva che il pensiero non fosse dei singoli ma appartenesse ad una mente universale (detta Νούς, mwyaNùs) o mwyqIntelletto cosmico originario il quale, come conseguenza involontaria del proprio "mwygpensarsi", metteva ordine nel caos primordiale.

mwzaPitagora vedeva nel mwzqnumero (cioè in una realtà impersonale) il fondamento del pensare oltre che della realtà; riteneva cioè che il pensiero fosse strutturato secondo le leggi della mwzgmatematica, le quali rendono possibile il suo esplicarsi.

Parmenide

mwaqParmenide per primo evidenziò che è impossibile pensare il nulla: ogni pensiero è sempre pensiero di qualcosa. L'oggetto del pensiero, quindi, è costitutivo del pensiero stesso, al punto che, secondo Parmenide, non è possibile distinguere l'mwagatto del pensare dall'mwawoggetto pensato: «ed è lo stesso il pensare e pensare che è. Giacché senza l'essere ... non troverai il pensare».cite-ref-parmenide-3-1[3] Di conseguenza, anche il mwcadivenire attestato dai mwcqsensi non è qualcosa di pensabile, di concepibile, perché è mwcglogicamente impossibile che l'essere nasca e muoia: anche il divenire è cioè un mwcwnon-essere, un niente.

Parmenide quindi si propone di rivelare agli uomini la vera realtà dell'mwdqEssere nascosta sotto la superficie degli inganni. La via maestra per approdare all'essere è proprio il pensiero, che deve abbandonare ogni dinamismo per riconoscere la semplice verità secondo cui «l'Essere è, e non può non essere».cite-ref-8[8] In Parmenide, il pensiero risulta così totalmente sottomesso alla dimensione mwegontologica, che è una dimensione sostanzialmente mwewapofatica, perché all'essere non si può attribuire alcun predicato.

Socrate e Platone

Con mwhgSocrate il pensiero iniziò ad acquisire un maggior dinamismo e una nuova capacità argomentativa, riferita non più ad un mwhwEssere impersonale, ma al soggetto uomo; tali caratteristiche saranno alla base di tutta la filosofia occidentale successiva. Il pensiero di Socrate nasce e si sviluppa essenzialmente come mwiapensiero critico, essendo incentrato non sulla mwiqverità, bensì sul mwigdubbio. Socrate infatti si proponeva di mettere in discussione le false certezze dei suoi interlocutori, e in genere di tutti coloro che si ritenevano sapienti. La saggezza, per Socrate, consiste nel mwiwsapere di non sapere, ossia nella mwjaconsapevolezza della propria ignoranza. Il pensiero socratico consiste quindi essenzialmente nell'mwjqautocoscienza, nella voce interiore (o mwjgmwjwdaimon) che egli cercava di far emergere dai suoi allievi, tramite il metodo della mwkamaieutica.cite-ref-9[9]

In Socrate tuttavia rimaneva sempre sullo sfondo la dimensione ontologica della mwlgverità,cite-ref-10[10] poiché appunto solo in riferimento ad essa egli poteva riconoscersi come ignorante.cite-ref-11[11] Questa dimensione ontologica sarà resa più esplicita dal suo allievo Platone, il quale distinse quindi due orientamenti, due modalità del pensiero:

• quello mwoqintuitivo, capace di cogliere più propriamente la verità dell'mwogEssere, che per lui coincide con le mwowIdee (corrispettivo del mwpadaimon);
• e quello mwpglogico-mwpwdialettico, basato sul ragionamento discorsivo e sulla confutazione dell'errore, corrispettivo della mwqamaieutica.

Il primo tipo ha la capacità di trascendere i fenomeni sensibili risalendo fino all'astrattezza dell'unità, il secondo invece è rivolto a distinguere e analizzare il molteplice. Il pensiero intuitivo è però superiore rispetto a quello dialettico, perché guida il filosofo verso la contemplazione, mentre la dialettica è solo uno strumento. Si tratta comunque di due facce della stessa medaglia, due forme di pensiero non disgiunte né contrapposte, ma espressioni di un'unica attività, di una medesima forza vitale animata da un'incessante sete di mwqgconoscenza, e che Platone identifica perciò con l'mwqwamore. Per Platone, infatti, il pensiero è essenzialmente mwramwrqEros, ossia desiderio e frenesia implacabile di tornare là dove esso ha avuto origine, cioè nel mondo delle idee. Ma poiché, a causa di una colpa originaria, gli uomini hanno dimenticato la meta che spinge il loro pensiero a muoversi e agitarsi perennemente, essi sono condannati all'insoddisfazione. Compito della filosofia, che solo in pochi riescono ad attuare, è risvegliare la mwrgreminiscenza sopita.

Tutti questi elementi, che erano già presenti mwsain nuce anche in Socrate, Platone li sviluppa approfonditamente, trovando nelle mwsqIdee il fondamento e la meta finale del pensiero: esse sono per così dire le "forme" del pensiero, i modi con cui ci è dato mwsgpensare il mondo. E poiché il pensiero riesce a placare il proprio dinamismo soltanto al loro cospetto, nelle Idee Platone recupera quindi la staticità ontologica di Parmenide; d'altro lato però egli voleva al contempo giustificare l'illusione del mwswdivenire attestato dai sensi, quel divenire che Parmenide aveva giudicato inesistente perché illogico. Platone si vide allora costretto a compiere, per sua stessa ammissione, una sorta di "parricidio" nei confronti di Parmenide,cite-ref-12[12] sostenendo che anche il divenire, e quindi il non-essere, sia in qualche modo pensabile. Come rendere ragione altrimenti degli errori e degli inganni degli uomini? Se costoro si sbagliano (nel giudicare l'Essere), vuol dire che pensano il falso, cioè il non-essere. Platone così concepisce il pensiero in forma gerarchica: al livello più alto esso è identico al pensiero statico parmenideo, e riflette in pieno la verità dell'essere; man mano che si scende giù nella gerarchia, però, il pensiero diventa sempre più inconsistente e fallace.cite-ref-13[13]

Aristotele

In seguito anche mwwgAristotele, pur respingendo la teoria platonica delle idee, formulerà una distinzione abbastanza simile a quella del suo predecessore: per Aristotele vi è da un lato il pensiero intuitivo-intellettivo (o mwwwnoético), capace di cogliere le mwxaessenze universali delle realtà che ci circondano, astraendole dal loro aspetto particolare e sensibile; dall'altro vi è il pensiero mwxqlogico-mwxgsillogistico, che da quei princìpi primi fa scaturire delle conclusioni coerenti con le premesse, scendendo a definire e catalogare il mwxwmolteplice.

Anche Aristotele, sotto certi aspetti, concepiva l'mwyqEssere e il pensiero in forma gerarchica, ma come perenne passaggio dalla potenza all'atto. Egli riteneva che il pensiero fosse una funzione dell'organismo umano, in cui i mwygsensi fanno attivare un primo movimento del pensiero ancora latente (l'mwywintelletto potenziale); ma poi, in seguito a vari passaggi, si ha l'intervento di un trascendente mwzaintelletto attivo, dotato di piena coscienza, dove i concetti diventano forme del pensiero causate da un fattore divino. Al culmine del pensiero vi è quindi l'mwzqautocoscienza pura, la contemplazione fine a se stessa, che avviene come "pensiero di pensiero", proprio dell'atto puro che è mwzgDio.cite-ref-14[14]

Neoplatonismo e cristianesimo

Con l'avvento del mw2qneoplatonismo, il pensiero mantenne e anzi acquistò ancor più una valenza non solo conoscitiva, ma anche ontologica e salvifica, essendo ciò a cui l'mw2ganima deve tornare (in forma di mw2wautocoscienza) per mettersi in salvo. Solo nell'autocoscienza infatti il pensiero riesce a cogliere la verità su di sé. Quest'esigenza di "rientrare in se stesso" sarà fatta propria anche dal mw3aCristianesimo.

mw3gPlotino, pur rifacendosi a Platone, accentuò la dimensione mw3wapofatica e mw4amistica del pensiero, riportandolo al rigore logico di Parmenide, per cui dell'Essere nulla si può dire. E anzi, siccome l'identità parmenidea di mw4qEssere e pensiero era per lui ancora un raddoppio (corrispondente al livello dell'mw4gintuizione), vi pose al di sopra l'mw4wUno assoluto, per arrivare al quale il pensiero deve completamente annullarsi, spogliandosi e uscendo da se stesso in una condizione di mw5aestasi (da mw5qex-stasis, «essere fuori»).cite-ref-15[15]

Il pensiero come luce

Di Platone tuttavia, Plotino mantenne la visione gerarchica del pensiero strutturato nelle mw7aidee, ma senza per questo rinunciare alla rigida separazione mw7qparmenidea tra essere e non-essere. L'mw7gUno infatti è la fonte dell'essere (e del pensiero), il quale rimane contrapposto al non-essere in senso assoluto. Da un punto di vista relativo, però, essere e non-essere possono arrivare a mescolarsi, finché si abbia soltanto non-essere, il nulla. Per farsi meglio comprendere, Plotino paragona l'essere alla mw7wluce:cite-ref-metafora-16-0[16] su un piano assoluto, il principio della luce è contrapposto all'mw9aombra (che non ha un suo proprio principio). Eppure la luce, man mano che si allontana dalla sorgente, tende ad affievolirsi, non perché si trasformi in ombra, ma solo perché viene a mancare; finché nell'oscurità, come vedere il buio significa non vedere, così pensare il nulla equivale a non pensare affatto.cite-ref-metafora-16-1[16]

La luce mostra se stessa nel farci vedere, cioè nel rendere possibile la visione; allo stesso modo, l'Uno plotiniano si mostra attraverso le mw-gidee che rendono possibile il pensiero.cite-ref-17[17] E come l'atto del vedere non è distinguibile dagli oggetti della visione, così l'atto del pensare non è distinguibile dai concetti pensati. Fondamento del pensiero sono quindi per Plotino le idee platoniche, le quali sono "il pensiero" per eccellenza, ovvero sono infiniti modi di pensarsi di quell'unica mw-wMente o mwaqaIntelletto (mwaqeNùs), che è la seconda mwaqiipostasi nel processo di emanazione dall'Uno, e coincide appunto con l'mwaqmessere parmenideo.

Il modo mwaquintuitivo di pensarsi e costituirsi dell'Intelletto fa capire a sua volta la necessità dell'mwaqyUno assoluto, che da un lato risulta totalmente inconoscibile e ignoto, dall'altro però va ammesso come meta e condizione del pensare stesso. L'Uno va ammesso non perché sia possibile dimostrarne direttamente l'esistenza (poiché in tal caso verrebbe ridotto a un semplice dato oggettivo), ma in quanto condizione della stessa attività mwaqclogica e raziocinante che permette di pensare gli oggetti finiti e riconoscerli per quello che sono, cioè errore, sviamento. Secondo Plotino infatti il pensiero non è un fatto, un concetto collocabile in una dimensione temporale, ma un atto fuori dal tempo: il pensiero mwaqgpensato, cioè posto in maniera quantificabile e finita, è quindi un'illusione e un inganno, dovuto a una mentalità materialista. Nel pensare qualcosa, anche una qualunque realtà sensibile, questa non si pone come un semplice oggetto, ma è in realtà un mwaqksoggetto vivo che si rende presente al pensiero, essendo animato da un'mwaqoidea; la caratteristica principale del pensiero, cioè, è quella di possedere la mwaqsmente, non di essere posseduto, e comporta dunque la perdita della coscienza che viene rapita dai suoi stessi oggetti e sottomessa a un costante fluire di pensieri involontari.cite-ref-18[18] Compito della filosofia è riconoscere l'errore insito nel senso comune, e riportare l'uomo lungo un percorso di mwaraascesi a identificarsi con l'attività suprema e inconscia del pensiero, nella quale è presente tutta la realtà, eliminando il superfluo fino a giungere all'mwareestasi.

«Pensare vuol dire muoversi verso il Bene e desiderarlo. Il desiderio genera il pensiero [...]. Dunque il Bene stesso non deve pensare nulla, poiché non c'è altra cosa che sia il suo bene.»

(Plotino, Enneadi, V, 6, 5)

Essere e pensare

Saranno quindi gli autori cristiani, come mwaruAgostino, mwaryTommaso, mwarcBonaventura, mwargCusano, ecc., ad appropriarsi della tradizione mwarkneoplatonica e mwaroaristotelica, che facevano del pensiero (contrapposto ai sensi) la chiave di accesso alle realtà mwarstrascendenti e a mwarwDio.

Costante della loro filosofia fu l'utilizzo della mwar4logica formale, unita bensì a un contenuto "mwar8reale", basata sul mwasaprincipio di non contraddizione e sul riconoscimento dell'mwaseintuizione quale forma suprema e immediata del sapere, per il quale l'mwasiessere e il pensare necessariamente coincidono. Secondo la mwasmdialettica del pensiero, infatti, la mwasqragione deve prendere atto che non può esistere un soggetto senza oggetto, l'essere senza il pensiero, e viceversa, pena la caduta in un mwasurelativismo mwasyirrazionale. Un pensiero filosofico che prescinda dall'mwascidentità con l'essere, cioè con la mwasgverità, diverrebbe inconsistente per sua stessa ammissione: privo di fondamento, si avviterebbe in una contraddizione logica, la cui forma più esplicita è rappresentata dal mwaskparadosso del mentitore. Occorreva quindi partire da questa suprema identità per poter sviluppare un sistema filosofico fondato e coerente, identità che rimane tuttavia non dimostrabile di per sé, né accertabile mwasoempiricamente, ma raggiungibile unicamente per via mwassnegativa, tramite mwaswintuizione.

Così per Agostino, il pensiero è complementare alla mwatmfede, perché non si può credere senza comprendere e viceversa. Agostino si convinse di come il pensiero, anche nella sua forma più radicale del mwatqdubbio, sia espressione stessa della mwatuverità, perché non potrei dubitare se non ci fosse una verità che appunto al dubbio si sottrae. La verità non può essere pensata in se stessa, ma unicamente sotto forma di confutazione dell'mwatyerrore: essa cioè si rivela come mwatcconsapevolezza del falso, come capacità di mwatgdubitare delle illusioni sbagliate che le sbarravano la strada. Il pensiero quindi è mosso da Dio stesso, che è mwatkinconscio e preme perciò per farsi conoscere dall'uomo. In maniera simile, per Tommaso il pensiero è una forma di mwatoamore con cui Dio si rende presente all'uomo. Ed il pensiero ha un senso solo se esiste una mwatsVerità da cui esso emana. Anche mwatwCusano affermò che il pensiero umano discende da una Verità superiore, che è però inattingibile dalla mwat0razionalità dell'uomo, perché superiore allo stesso principio di non-contraddizione (pur essendone il fondamento), ed è perciò raggiungibile solo col mwat4pensiero intuitivo.

Il pensiero nell'età moderna

La dimensione mwauymistica e mwaucontologica che era stata fin qui preponderante nello studiare e l'analizzare il pensiero, cominciò ad essere tralasciata all'inizio dell'età moderna. Cartesio per primo cercò di costruire un sistema di pensiero autonomo, indipendente da criteri mwaugteologici e mwauktrascendenti. Fu in un tale mutamento di prospettiva che si inserì la riflessione del mwauomwausCogito ergo sum, cioè mwauwPenso, quindi sono. Per Cartesio, il mwau0Cogito diventa garanzia autosufficiente dell'mwau4esistenza, cioè della mwau8realtà. Mentre per i neoplatonici il fatto di mwavapensare significava "essere" nell'idea, o venirne posseduti, per Cartesio ora mwavepensare significa "avere" delle idee. Il piano mwavignoseologico del pensiero (mwavmmwavqres cogitans) diventa così prevalente su quello appunto mwavuontologico dell'Essere (mwavymwavcres extensa). Per Cartesio hanno valore soltanto quei pensieri di cui si ha coscienza, e che sono definiti in forma chiara e oggettiva. Egli proponeva così un tipo di pensiero che si pone esternamente rispetto all'oggetto della sua indagine, dissolvendo l'unità immediata di mwavgsoggetto e mwavkoggetto: nella ricerca della verità, cioè, il soggetto non risultava più coinvolto.

Analogamente, nell'mwavsempirismo anglo-sassone il pensiero non venne più riferito a un'attività superiore, ma concepito come un fatto, un concetto fissato e "plasmato" dall'mwavwesperienza sensibile, in maniera mwav0meccanica. Il soggetto così non si trova più a contatto diretto con l'oggetto, ma la sua attività è mediata dai mwav4sensi. Per l'empirismo infatti non ci sono altri pensieri al di fuori di quelli indotti dall'esperienza, e di conseguenza ciò che nella mente non è definito in forma cosciente e oggettiva non ha alcun valore.

Dopo Cartesio, tuttavia, ci furono nell'Europa continentale dei tentativi di riportare il pensiero alla dimensione mwawaontologica e mwaweintuitiva dell'mwawiEssere, ad esempio con mwawmSpinoza, che ripropose la loro unità immediata nella corrispondenza tra idee e realtà, giungendo a identificare mwawqDio con la mwawuNatura. Anche mwawyLeibnitz si richiamò alla tradizione mwawcneoplatonica, criticando sia Cartesio che gli empiristi, superando la loro concezione mwawgmeccanicista, e affermando che nella nostra mente ci sono anche pensieri di cui non abbiamo una chiara coscienza. Per Leibniz, tutti i pensieri non sono altro che mwawkpercezioni, ossia rappresentazioni unitarie di una molteplicità di affezioni. Egli quindi respinse la distinzione netta tra pensiero e mwawosensazioni (tipica del dualismo cartesiano tra mwawsres cogitans e mwawwres extensa), sostenendo che tra l'uno e le altre ci sono infinite gradazioni, che partono da un livello oscuro e inconscio fino ad arrivare all'mwaw0appercezione o mwaw4autocoscienza.

In seguito, mwaxuKant fece del pensiero lo strumento della propria indagine mwaxycritica, distinguendo due tipi di pensiero: i concetti dell'mwaxcintelletto o mwaxgcategorie (con cui la coscienza sintetizza la mwaxkmolteplicità delle mwaxopercezioni sensibili), e i concetti della mwaxsragione o mwaxwidee, che unificano a loro volta i pensieri dell'intelletto. Kant mise in rilievo la portata non solo mwax0soggettiva, ma anche mwax4oggettiva del pensiero, seppure su un piano unicamente mwax8gnoseologico: per Kant il pensiero è un "legislatore della natura" fondato sullmwaya'mwayemwayiio penso, il quale trae le leggi del mondo non dall'mwaymesperienza, ma da se stesso. Se non ci fosse l'mwayqio penso, ovvero l'appercezione dell'mwayuio, per cui io resto sempre identico a me stesso nel rappresentarmi il molteplice, dentro di me non ci sarebbe pensiero di nulla. Questa unità, o mwayyio penso, è "mwayctrascendentale", cioè funzionale al molteplice, nel senso che si attiva solo quando riceve dati da elaborare. Non può essere ridotta pertanto ad un mero "dato" o un contenuto, perché è soltanto la condizione "formale" della conoscenza; l'unico modo per pensarla è dire: «io penso che io penso che io penso...» all'infinito.

L'Idealismo e la potenza del pensiero

Con l'Idealismo di Fichte, e poi di Schelling, il pensiero assume una centralità fondamentale. Le fattezze del mondo esterno all'Io vengono equiparate ad un sogno, ad una finzione prodotta dal soggetto, che è chiamato a prenderne coscienza attraverso l'agire etico. Le categorie dell'intelletto, che in Kant erano solo formali, ora hanno anche un valore reale o ontologico, seppure a livello inconscio. Il pensare è creare, ma soltanto ad opera di una suprema intuizione intellettuale.cite-ref-19[19] Diverso è invece l'idealismo di Hegel, per il quale la logica stessa diventa creatrice, attribuendosi il diritto di stabilire cosa è reale e cosa non lo è: per Hegel un oggetto esiste nella misura in cui è razionale, cioè solo se rientra in una categoria logica.cite-ref-20[20]

mwazeFichte e mwaziSchelling, rifacendosi a Kant, affermarono quindi che dal pensiero nasce e si produce tutta la mwazmrealtà anche sul piano mwazqontologico, sebbene i due termini dell'essere e del pensiero risultano in loro pur sempre legati immediatamente e indissolubilmente come nella tradizione mwazuneoplatonica e mwazyparmenidea, che veniva così riproposta. Il pensiero per costoro non è un fatto quantificabile e finito, bensì un "atto" mwazcinconscio e mwazgintuitivo, mwazkautocosciente e auto-producentesi, che ponendo se stesso crea il mondo, ed è perciò mwazotrascendentale; esso infatti si dà un oggetto per poter esercitare la propria attività, perché altrimenti non potrebbe esistere un pensiero senza contenuto. Proprio perché si tratta di un atto inconscio, tuttavia, Fichte e Schelling poterono mantenersi fedeli al punto di vista del mwazsrealismo kantiano.

mwaz0Hegel invece congiunse l'essere e il pensiero in forma mediata. Respinse l'intuizione come fondamento del pensiero, e pose al suo posto la ragione mwaz4dialettica. Hegel credette di costruire un sistema di pensiero finalmente autonomo e indipendente, capace di sottomettere a sé la dimensione mwaz8ontologica: egli si trova quindi agli antipodi di mwaaaParmenide e mwaaePlotino. Mentre in questi ultimi il pensiero trovava un limite invalicabile nell'mwaaiEssere (che costituiva però anche il suo fondamento), per Hegel quel limite rappresenta un'antitesi che può essere superata: il pensiero ora non è più vincolato dall'Essere, ma sarebbe capace di pensare anche il non-essere, trapassando nel mwaamdivenire, in una spirale dialettica fine a se stessa e priva di una meta mwaaqtrascendente. In tal modo Hegel si pose al di fuori della mwaaulogica formale di mwaaynon-contraddizione; non mancarono per questo note critiche nei suoi confronti, specie da parte di mwaacSchelling, mwaagSchopenhauer e mwaakKierkegaard, che lo accusarono di ridurre la mwaaoverità a un semplice mwaaspensato oggettivabile e quantificabile.

Il pensiero oggi

Al giorno d'oggi prevalgono, da un lato, spiegazioni del pensiero di tipo mwaa4materialista e mwaa8meccanicista, in parte derivate dalla concezione dell'mwabaempirismo, per cui il pensiero sarebbe un prodotto fisiologico del mwabecervello ottenuto dall'estrema complessità delle connessioni mwabineurologiche, «come la mwabmbile è la secrezione del mwabqfegato, o la mwabusaliva quella delle mwabyghiandole salivali» (mwabcCabanis, 1802).cite-ref-21[21]

A queste interpretazioni si contrappongono alcuni studi di analisi mwab0linguistica che hanno messo in evidenza le improprietà concettuali di tali discorsi e la tendenza mwab4reificante (oggettivante) del nostro mwab8linguaggio, che giunge spesso ad immaginare il pensiero alla stregua di uno strumento o addirittura come un prodotto cerebrale.

La prospettiva esoterista di Rudolf Steiner

Anche il filosofo ed esoterista mwaccRudolf Steiner ha contestato prospettive come quelle di Cabanis, tenendo a sottolineare che per comprendere la natura del pensiero occorre innanzitutto osservare il proprio stesso pensare, perché i nostri mwacgconcetti vengono legati tra loro in base al loro contenuto, non per effetto dei processi materiali che si svolgono nel mwackcervello.cite-ref-steiner-22-0[22]

«Ciò ch'io osservo nel pensare non è: quale

processo

entro il mio cervello collega il concetto di

lampo

con quello di

tuono

, ma che cosa mi spinge a mettere i due concetti in un determinato rapporto fra loro. La mia osservazione mi dice che nel connettere i pensieri io mi baso sul loro contenuto, e non sui processi materiali che hanno luogo nel mio cervello.»

(Rudolf Steiner, La filosofia della libertà [1894], Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, p. 17)

Le componenti mwadafisiologiche dell'organismo non hanno cioè alcuna influenza sull'attività del pensiero, ma anzi si ritraggono dinanzi ad esso,cite-ref-steiner-22-1[22] come si può verificare quando si è talmente assorbiti dai propri pensieri da non recepire più gli stimoli mwadusensoriali provenienti dal mondo esterno.

Sorgendo nell'mwadcorganismo, il pensiero dapprima ne respinge le attività, e in secondo luogo prende il loro posto. Quello che i fisiologi mwadgriduzionisti scambiano per il pensiero, in realtà non è che la sua controimmagine, come le orme lasciate da chi cammina su un terreno soffice.cite-ref-steiner-22-2[22]

«Nessuno sarà tentato di dire che quelle forme siano state determinate da forze del terreno, operanti dal basso in alto; non si attribuirà a queste forze nessun concorso alla formazione delle orme. Altrettanto poco, chi abbia osservato obiettivamente l'entità del pensare, attribuirà alle orme lasciate sull'organismo fisico di aver avuto parte alla determinazione di quella; poiché quelle orme sono provenute dal fatto che il pensare prepara la propria comparsa per il tramite del corpo.»

(Rudolf Steiner, La filosofia della libertà [1894], Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, p. 45)

L'organismo umano contribuisce piuttosto, secondo Steiner, proprio in virtù delle orme impressevi dal pensiero, a farci prendere coscienza del nostro pensare, a stimolare cioè la mwad8coscienza dell'Io, che nel pensare risiede. Chi ha la buona volontà di osservare il proprio pensare «osserva qualcosa ch'egli stesso produce: non si trova di fronte ad un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività: egli sa come sorge quello che osserva: vede i nessi e i rapporti».cite-ref-steiner-22-3[22] Secondo Steiner, il fatto che il pensiero, nella mwaeqstoria della filosofia, sia stato poco osservato nella sua vera luce, e non gli sia stata riconosciuta l'importanza che gli spetta, è dovuto all'impossibilità di osservarlo durante il suo svolgimento, ma solo dopo che si sia svolto. Mentre si pensa si viene infatti assorbiti dal proprio mwaeuoggetto, così che per osservare il pensare in se stesso occorre un atto di mwaeyvolontà che ne ripercorra l'andamento. Ma è in questo modo che nel pensare si trova un punto fisso, di natura universale e impersonale, da cui partire per dare un ordine alle mwaecpercezioni soggettive dei mwaegfenomeni del mondo, e poterseli spiegare correttamente.cite-ref-steiner-22-4[22]

Prospettive psicologiche contigue

In genere esistono varie modalità di interpretazione e studio dei processi legati al pensiero, che vanno dal livello psicologico a quello antropologico, a quello fisico-biologico.

In mwafqpsicologia, il pensiero è considerato una delle più alte funzioni mwafucognitive della mwafymente; dell'analisi dei processi del pensiero si occupa la mwafcpsicologia cognitiva. In particolare, la psicologia del pensiero si è occupata di studiare e descrivere le forme e le modalità di pensiero e mwafgragionamento tipiche degli esseri umani, spesso in contrapposizione con la mwafklogica, che invece studia e definisce le leggi formali del ragionamento. La psicologia del pensiero si occupa inoltre di tematiche come mwafoexpertise, mwafseuristiche, mwafwdecisione, mwaf0immagini mentali, in collaborazione con scienze interdisciplinari come l'mwaf4intelligenza artificiale, la mwaf8scienza cognitiva e la mwagateoria dei giochi. Importanti ricerche di psicologia del pensiero sono state condotte, tra gli altri, dallo mwagepsicologo e mwagiPremio Nobel per l'economia mwagmDaniel Kahneman.

Il pensiero in psicoanalisi

In mwagypsicoanalisi, vengono considerati pensieri tutti i processi cognitivi, sia quelli situati al livello della coscienza (e tra questi i processi cognitivi di tipo discorsivo e mediato), sia quelli che avvengono ad un livello mwagcinconscio, fino a ricomprendere le mwaggpulsioni e gli mwagkistinti più profondi e sommersi. Sempre secondo la mwagopsicoanalisi, disciplina in cui il termine di mwagsproiezione occupa un posto centrale, molte realtà che noi crediamo esistano realmente come fatti concreti, ad una più attenta indagine si rivelano essere semplicemente e nulla più che proiezioni del pensiero fuori di noi, quindi solo realtà interiori.

Il pensiero inconscio

Di questi altri processi di pensiero che si svolgono al di sotto della soglia di mwahgattenzione della mwahkcoscienza la psicoanalisi si è occupata eminentemente del mwahosogno e anzi questa disciplina nasce proprio occupandosi del pensiero onirico anche se a fini esclusivamente mwahspsicoterapeutici, evidenziando come esso sia anch'esso una modalità di pensare come altre modalità, ma che diversamente dal pensare razionale tuttavia non sottostà alle regole proprie al pensiero controllato dalla ragione ma ha regole sue proprie ch'essa si è sforzata di mettere in luce e di descrivere nei suoi meccanismi o dinamiche: da qui la tesi di mwahwSigmund Freud sull'autonomia del pensiero inconscio dal pensiero cosciente che ha fatto di lui una sorta di Copernico nel campo della psicologia in quanto in analogia con la mwah0rivoluzione copernicana in mwah4astronomia ha decentralizzato, relativizzandolo nella sua importanza centrale che aveva precedentemente e che ha tuttora nei fatti e nella realtà psicologica della cosiddetta normalità, il posto che occupa l'mwah8Io nel sistema cognitivo.

Il soggetto del pensiero in psicoanalisi

Proprio in questo senso decentralizzatore, l'artefice del progetto di un "ritorno a Freud" lo psicoanalista francese mwaiiJacques Lacan nel voler ribadire la sua ortodossia rispetto al fondatore della psicoanalisi e marcare la sua differenza dai veri eretici e rinnegati della stessa (come si può notare almeno per Lacan, l'ortodossia psicoanalitica non era soltanto una questione di ammettere o meno il "mwaimdogma freudiano" della natura mwaiqsessuale della mwaiulibido) in polemica con i punti di vista che si rifacevano in qualche modo al "Cogito ergo sum" mwaiycartesiano soleva dire "Penso dunque mwaicegli è". O anche nel suo tipico linguaggio che lo contraddistingueva "Ça parle" "qualcuno parla" ribadendo con ciò come è il mwaigLogos che possiede l'uomo e non viceversa come invece e narcisisticamente si è portati naturalmente a credere. Ed infatti la sua polemica era rivolta principalmente ad altri freudiani dell'allora scuola psicoanalitica di successo denominata "mwaikpsicologia dell'Io" che mieteva trionfi soprattutto nei paesi anglofoni. Freud del resto non aveva fatto altro che dimostrare con i suoi lavori come l'mwaioIo non fosse padrone in casa propria.

Da qui anche la denuncia che traversa tutta la mwaiwstoria della psicoanalisi in alcuni suoi esponenti contro lo stravolgimento della psicoanalisi in una semplice mwai0psicoterapia tesa ad mwai4addomesticare il pensiero con meri fini mwai8adattativi.

Da questa posizione di base deriva anche la critica di Freud a tutte quelle altre psicologie ch'egli definiva in ultima analisi psicologie della coscienza come il mwajecomportamentismo e tutte quelle psicologie da esso derivate come sue varianti. Questa critica poggiava sul fatto ch'esse non prendono in debita considerazione proprio il fattore inconscio messo in luce con tutte le sue implicazioni proprio dalla psicoanalisi.

Una simile critica la psicoanalisi estende anche a gran parte della tradizione filosofica precedente che ugualmente non conosceva l'mwajminconscio. Da questo punto di vista la scoperta e la messa in giusto valore del fattore inconscio da parte della psicoanalisi fa sì che questa disciplina originatasi dalla mwajqmedicina ma intesa anche come una corrente principale della filosofia contemporanea costituisce un punto di rottura rispetto alla tradizione precedente della storia del pensiero filosofico.

Riflessi sulla filosofia contemporanea

Questa tesi della psicoanalisi sull'autonomia dell'inconscio ha influito sulle elaborazioni seguenti in vari altri campi come per esempio la filosofia contemporanea dove la critica dell'mwajsEgo quale istanza del pensiero aveva precedentemente subito una serie di analisi critiche già a partire dal filosofo mwajwempirista mwaj0David Hume, passando idealmente il testimone di questa critica dell'mwaj4Io a mwaj8Friedrich Nietzsche fino ad arrivare ai nostri giorni dove il filosofo proveniente dalla mwakafenomenologia e dall'mwakeesistenzialismo, mwakiMartin Heidegger, in una posizione antiumanista anche in polemica con l'altro mwakmesistenzialismo di mwakqJean-Paul Sartre che si definiva mwakuumanista, giunge a negare che il mwakysoggetto del pensiero sia l'uomo, bensì l'mwakcEssere stesso, e che l'uomo sia solo un tramite. Secondo Heidegger, infatti, allievo di mwakgEdmund Husserl, il discorso che l'uomo ha fatto, o accettando la sua stessa tesi «crede di avere fatto lui», in verità altro non è che il discorso dell'Essere, che tramite l'uomo ha detto di sé.

Prospettive antropologiche

Secondo mwaksLev Semyonovič Vygotskij il pensiero è socialmente determinato dalla cultura d'appartenenza. Egli suddivide il pensiero in due tipologie:

• mwak4processi cognitivi elementari'; sono dei processi comuni a tutti gli esseri umani, che consentono loro la percezione del mondo: mwak8astrazione, mwalacategorizzazione, mwaleinduzione e mwalideduzione.
• mwalqsistemi cognitivi funzionali: il modo di organizzare i processi cognitivi dipende dal contesto culturale e dalla necessità di risolvere particolari problemi. Ogni cultura ha un sistema cognitivo diverso, per questo motivo il sistema di misurazione del mwaluQ.I. (quoziente di intelligenza) avrebbe fallito, non essendovi a suo parere dei modelli conoscitivi assoluti per tutta l'umanità.

Vygotskij definì 2 stili cognitivi diversi:

• mwalkstile cognitivo globale: ossia si passa dalla totalità del fenomeno ai suoi particolari;
• mwalsstile cognitivo articolato: si passa dall'articolazione dei singoli elementi alla visione globale.

Questi due stili non sono antinomici ma si trovano in un mwal0continuum e possono dipendere dalle necessità di un individuo.

Pensiero e comportamento

Il mwamacomportamento o l'mwameazione sono succedanei al pensiero in quanto "les jeux sont faits" già al livello del pensiero. Il comportamento non è altro che l'estrinsecazione di una visione del mondo al livello del pensiero. Da questo punto di vista la vera azione si opera già al livello del pensiero ed il comportamento è solo un fenomeno secondario o derivato. Sempre da questo punto di vista si capisce anche meglio la svolta operata in mwamipsicoanalisi da mwammSigmund Freud allorché partendo con intenti esclusivamente mwamqpsicoterapeutici, essendo un medico mwamuneurologo, dopo anni di esperienza delle dinamiche mwamyconsce e mwamcinconsce dei processi di pensiero giunse ad affermare, implicitamente anche in polemica con altri indirizzi psicologici tra i quali anche il mwamgcomportamentismo e i suoi derivati, che «sì il paziente grazie al metodo psicoanalitico guarisce anche ma che questo suo guarire era solo un fenomeno secondario rispetto al più importante cambiamento rappresentato da una maggior consapevolezza dei propri processi di pensiero che prima lo condizionavano a sua insaputa (inconsciamente) e a cui invece la disciplina psicoanalitica avrebbe dovuto eminentemente mirare per avere successo e raggiungere i suoi veri obiettivi».

Il pensiero secondo le neuroscienze

Nelle mwamsneuroscienze, cioè dal punto di vista fisico-biologico, il pensiero è considerato un'attività di elaborazione delle mwamwinformazioni a partire dalle mwam0percezioni mwam4sensoriali, e quindi dell'esperienza vissuta dal soggetto da parte della mwam8mente stessa intesa come attività del mwanacervello. Tale approccio, di stampo tipicamente empirista-materialista-meccanicista, è utilizzato anche in mwanepsichiatria per la risoluzione dei problemi legati al mwanidisturbo mentale. L'elaborazione del pensiero, e gli eventuali disturbi che ne nascerebbero, sarebbe in qualche modo collegata all'attività neurologica, ovvero si esplicherebbe tramite uno scambio di informazioni tra mwanmneuroni e mwanqreti neuronali attraverso collegamenti mwanusinaptici e i ben noti mwanyneurotrasmettitori che fungono da messaggeri tra neuroni e rispettivi recettori.

Tale attività, riscontrabile attraverso la misurazione dei mwangcampi elettrici e mwankmagnetici con un comune mwanoelettroencefalogramma, unita alla capacità di mwansmemorizzazione, determinerebbe in qualche modo la mwanwcoscienza, la capacità di mwan0apprendimento del soggetto a breve, medio e lungo termine, in conseguenza dell'esperienza, di stimoli ambientali e/o interni, e del mwan4ragionamento sotto forma di analisi logica e critica degli eventi. In quanto processo di elaborazione delle informazioni implicato nella capacità di apprendimento dell'individuo, a questo livello logico-funzionale il pensiero diventa allora oggetto di studio della mwan8psicologia.

Note

cite-note-11. mwaoyDizionario latino alla voce mwaocpensum.
cite-note-22. L'identità di essere e pensare, enunciata dagli mwaoseleati, resterà ben presente anche in Platone e Aristotele (cfr. mwaowEnciclopedia Italiana alla voce "Logica", vol. XXI, pp. 389-398).
cite-note-parmenide-33. Parmenide, mwapimwapmPoema sulla Natura, fr. VII, 35-36.
cite-note-44. «Con la parola ἰδέα bisogna pensare non solo passivamente a ciò che viene visto, all'aspetto che la cosa offre, bensì [...] al vedere, alla vista o allo sguardo, alla visione in quanto attività di colui che guarda» (Paul Natorp, mwapcmwapgDottrina platonica delle Idee, a cura di G. Reale, pag. 11, Vita e Pensiero, Milano 1999).
cite-note-55. Per mwapwPlotino, la coscienza «diventa l'oggetto stesso, diciamo così, quale materia, e si lascia formare dall'oggetto contemplato. [...] Non si deve parlare di alterazione quando, pensando, si passa dagli intelligibili al proprio io, o quando si passa dal proprio io agli intelligibili: i due aspetti sono una sola cosa» (mwap0mwap4Enneadi, trad. di G. Faggin, Milano, Rusconi, 1992, pag. 617).
cite-note-66. Aristotele, mwaqiSull'anima, 430 a 17.
cite-note-77. «Poiché, come nell'intera natura c'è qualcosa che costituisce la materia per ciascun genere [...], e qualcos'altro che è la causa e il principio produttivo perché le produce tutte, [...] necessariamente queste differenze si trovano anche nell'anima. E c'è un intelletto analogo alla materia perché diviene tutte le realtà, ed un altro che corrisponde alla causa efficiente perché le produce tutte, come una disposizione del tipo della luce, poiché in certo modo anche la luce rende i colori che sono in potenza colori in atto» (Aristotele, mwaqySull'anima, libro III, in F. Volpi, mwaqcDizionario delle opere filosofiche, pag. 92, Mondadori, Milano 2000.
cite-note-88. mwaqsIbidem, fr. II, 3.
cite-note-99. Reale, mwaq8mwaraIl pensiero antico, pag. 83, Vita e Pensiero, 2001.
cite-note-1010. Per Socrate, infatti «la dialettica è l'atteggiamento del vero filosofo, rivolto alla ricerca della mwarqverità attraverso il dialogo costruttivo. Ad essa si contrappone l'mwarueristica, rivolta alla strenua difesa di una tesi indipendentemente dalla sua mwaryverità» (tratto da mwarkmwaroSocrate, istituto elvetico).
cite-note-1111. «Il metodo di Socrate è quello della maieutica o "mwasuostetricia" spirituale: [...] la metafora in questione riflette felicemente il carattere dei dialoghi socratici, inconcepibili senza una sincera fede nella possibilità di portare alla luce il vero. In questa fede risiede del resto la morale di Socrate, la quale di fatto ha un nucleo ben saldo in quella stessa concezione della dipendenza della virtù dal sapere che ne costituisce, secondo le fonti, la più evidente caratteristica» (dall'enciclopedia mwasyTreccani.it alla voce «Socrate»).
cite-note-1212. Platone, mwasoSofista, 241 D.
cite-note-1313. Reale, mwas4ibidem, pag. 115.
cite-note-1414. «Se in verità l'intelletto è qualcosa di divino in confronto all'uomo, anche la vita secondo esso è divina in confronto alla vita umana» (mwatiAristotele, mwatmEtica Nicomachea, X.7, 1177 b30-31).
cite-note-1515. Plotino, mwatcIl pensiero come diverso dall'Uno. Quinta enneade. Con testo greco a fronte, a cura di M. Ninci, BUR Rizzoli, 2000 ISBN 88-17-17318-5.
cite-note-metafora-1616. mwat4Leandro Petrucci, mwat8mwauaLa metafora della Luce (mwauemwauiPDF), su mwaumleandropetrucci.files.wordpress.com, Paravia.
cite-note-1717. «Perciò si diçe che Egli è causa non soltanto dell'mwaucessenza, ma anche del fatto che questa sia vista. Come il Sole, il quale, per le cose sensibili, è causa sia dell'esser viste, sia del loro divenire, nonché della mwaugvista, [...] così anche la natura del Bene, essendo causa dell'essenza e dell'Intelligenza, [...] non è né gli esseri né l'Intelligenza, ma è la causa per la quale, ad opera della sua luce che si effonde sugli esseri e sull'Intelligenza, è possibile pensare» (mwaukmwauoEnneadi VI, 7, 16, trad. di mwausGiuseppe Faggin, cit. in Sant'Agostino, mwauwmwau0I soliloqui, pag. 78, nota 3, Città Nuova, 1997).
cite-note-1818. Il neoplatonico mwaveEmerson dirà in proposito: «Abbiamo poco controllo sui nostri pensieri. Siamo prigionieri delle mwaviidee» (mwavmPensiero e solitudine, Armando, 2004). Per mwavqPascal «il caso dà i pensieri e il caso li toglie; non c'è nessuna tecnica per conservare né per acquisire» (mwavuPensieri, 473).
cite-note-1919. «L'mwavkintuizione intellettuale è l'unico saldo punto di vista per ogni filosofia. Tutto ciò che si presenta nella coscienza lo si può spiegare da esso, anzi esclusivamente da esso. Senza mwavoautocoscienza non esiste, in generale, coscienza; ma l'autocoscienza è possibile solo nel modo indicato: io non sono se non attività. [...] Io debbo nel mio pensiero partire dall'io puro, e pensarlo come di per sé assolutamente attivo: non come determinato dalle cose, ma come determinante le cose» (mwavsJohann Gottlieb Fichte, seconda introduzione alla mwavwDottrina della scienza (1798), in mwav0Grande Antologia Filosofica, vol. XVII, pag. 962 e segg., Marzorati, Milano 1971).
cite-note-2020. «Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale» (mwaweGeorg Wilhelm Friedrich Hegel, prefazione a mwawiLineamenti di filosofia del diritto, pag.15, Laterza, Bari 1954).
cite-note-2121. Cit. di Cabanis in R. Steiner, mwawymwawcLa filosofia della libertà (1894), Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, pag. 17.
cite-note-steiner-2222. mwaxmRudolf Steiner, mwaxqLa filosofia della libertà (1894), op. cit., pagg. 17 e 45-46.
cite-note-231. mwaxgMichele De Beni, Roberta Bommassar e Luigi Grossele, mwaxkPsicologia e sociologia: corso introduttivo, Roma, Città Nuova, 1999, p.mwaxo 15, mwaxsISBNmwaxw 88-311-1617-7.

Bibliografia

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• citerefbritannica-com(EN) Robert J. Sternberg, W. Edgar Vinacke e D.E. Berlyne, thought, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.